Helmut Newton Legacy
in mostra all’Ara Pacis

  • Helmut Newton, Self-portrait. Monte Carlo, 1993. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Fashion. Melbourne, 1955. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Elle. 1967. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton Mansfield, British Vogue. London, 1967 © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Amica. Milano, 1982. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Shoe, Walter Steiger. Monte Carlo, 1983. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Elsa Peretti as a Bunny. New York, 1975. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Machine Age, Thierry Mugler, American Vogue. Monte Carlo, 1995. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Rue Aubriot, Yves Saint Laurent, French Vogue. Paris, 1975. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Andy Warhol, L’Uomo Vogue. Paris, 1974. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Italian Vogue. Como, 1996. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton, Catherine Deneuve. Esquire. Paris, 1976. © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton Jerry Hall, Vogue America. Parigi, 1974 Jerry Hall, American Vogue. Paris, 1974 © Helmut Newton Foundation
  • Helmut Newton Autoritratto nello studio di Yva. Berlino, 1936 Self-portrait at Yva's studio. Berlin, 1936 © Helmut Newton Foundation6.

 

LE FORME DELLA PROVOCAZIONE

«Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione». A pronunciare questa frase non è stato uno dei bad boys di Cry Baby, il film culto di John Waters. Sono, invece, parole di un altro cattivo ragazzo, il provocatore per eccellenza della fotografia mondiale: Helmut Newton. Quando mi sono avvicinato al suo lavoro non è stato senza pregiudizi, e sono caduto anch’io, lo ammetto, nel facile gioco degli stereotipi e delle approssimazioni per cui si tende a ridurre il tutto a una parte, in un’ostinata e irrefrenabile sineddoche: Henri Cartier-Bresson il re del momento decisivo, Elliott Erwitt e la sua irresistibile ironia, e così via. Quando però ho avuto la magnifica occasione di lavorare insieme a Matthias Harder, curatore e direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino, per collaborare all’organizzazione di questa grande mostra a Palazzo Reale di Milano, ho capito che il fotografo tedesco non è stato semplicemente un provocatore, the King of Kink, com’era soprannominato. Helmut Newton non era tanto o solo il maestro del nudo femminile. È stato soprattutto un genio capace di reinventare il linguaggio fotografico, osando qualcosa che nessuno aveva fatto prima nel mondo della fotografia commerciale.

Nato a Berlino nel 1920 da una famiglia dell’alta borghesia ebraica, Helmut Newton (pseudonimo di Helmut Neustädter) abbandona la Germania nazista nel 1938, quando è un giovane apprendista della fotografa di moda Yva. Fuggito in Cina, a Singapore e in Australia, vive una svolta decisiva nel 1961, quando si trasferisce a Parigi, dove collabora con le più importanti riviste di moda, come «Vogue» e «Harper’s Bazaar». A partire dagli anni settanta si consacra come uno dei fotografi più richiesti e pagati del settore. Certo, non è il solo a innovare la fotografia commerciale: Martin Munkácsi, William Klein, Richard Avedon avevano già contribuito a riscrivere il vocabolario della fotografia moderna, costruendo un immaginario slegato dalla descrizione pedissequa dell’abito. Lo abbiamo visto, con loro le modelle lasciavano lo studio per immergersi nello spazio pubblico e quotidiano delle città; nel loro caso era questa inedita traslazione di luogo e contesto fisico a determinare l’effetto di novità dirompente.

Nel caso di Newton, le fotografie di moda escono anch’esse dagli studi fotografici, per essere però ambientate in case private, a bordo piscina e in contesti di lusso sfrenato. È con lui che per la prima volta la fotografia pubblicitaria e di moda abbandonano la dimensione puramente descrittiva, per passare a quella aspirazionale. In queste immagini, e qui sta la grande portata di innovazione, accade sempre qualcosa. Le modelle smettono di guardare in macchina e cominciano a recitare per il grande fotografo tedesco. Si tratta di situazioni che si rifanno all’iconografia noir e mettono in fila una serie di provocazioni e ammiccamenti erotici. Newton porta nella fotografia di moda una dimensione realistica, che ha a che fare con il quotidiano, pur contemplando una forte componente onirica: ambientazioni da sogno, corpi statuari, ricchezza ed eleganza. Nel 1976, per pubblicizzare un impermeabile Burberry trasparente, decide di fotografare una donna – nuda – con solo l’impermeabile addosso.

Charlotte Rampling all’Hotel Nord Pinus. Arles, 1973_Foto di Luca Zanon © Helmut Newton Foundation

È chiaro, il suo lavoro si offre al fraintendimento. In occasione di un’altra rassegna dedicata, diversi anni fa, a Newton, Facebook aveva oscurato la pagina di riferimento perché la fotografia Tied up Torso (1984) non rispettava gli standard richiesti. Ci sarebbe da interrogarsi su chi abbia deciso quali sono gli standard, ovvero quale sia la soglia della decenza; ho poi scoperto che – come si sa – la piattaforma di Zuckerberg ha censurato anche il dipinto ottocentesco L’origine du monde di Gustave Courbet, quindi mi sembra controproducente chiedere proprio a Facebook di ergersi a censore della moralità, di individuare quale sia il limite tra cosa può essere mostrato e cosa no. D’altra parte, molto prima dei ban dei social network, le fotografie di Newton sono state al centro delle critiche del movimento femminista: l’accusa era quella di fare pornografia, di diffondere l’immagine di una «donna oggetto». Se prendiamo però un lavoro come i Big Nudes (1981), quella che ci viene restituita è l’immagine di donne imperiose, delle virago padrone del proprio corpo. Non è degradazione, ma rovesciamento delle regole dell’erotismo.

Mick Jagger. Paris, 1977_Foto di Luca Zanon © Helmut Newton Foundation

Pensiamo alla famosa fotografia di Charlotte Rampling, scattata in una camera d’hotel nel 1973. L’attrice, nuda, il profilo a tre quarti, ha in mano un bicchiere ed è seduta su un tavolo su cui sono poggiati un pacchetto di sigarette e la chiave della stanza. In quel periodo, Rampling stava girando Il portiere di notte, controversa pellicola di Liliana Cavani sull’incontro tra un’ebrea sopravvissuta ai lager e il suo aguzzino, un film che ha non solo spaccato in due la critica, ma è stato addirittura considerato «offensivo del comune sentimento del pudore» e sequestrato per ordine della Procura della Repubblica di Roma. Qui Newton si fa voyeur e del resto, come sosterrà lui stesso, se un fotografo dice di non essere un guardone allora è un’idiota. Il gioco della provocazione non rimane però fine a sé stesso: il fotografo dimostra un’ineguagliabile capacità di lettura dei tempi e, anticipando il fraintendimento che di lì a poco avrebbe travolto la pellicola, realizza una fotografia che sembra quasi un’emanazione diretta del film.

Il lavoro di Newton, in fondo, è sempre il risultato di una riconfigurazione dell’immaginario, un’operazione eseguita giocando con strumenti che non appartengono al mondo della fotografia commerciale ma sono caratterizzanti di precisi momenti storici. Ad esempio, negli anni settanta, quando la Germania faceva i conti con il terrorismo della Rote Armee Fraktion, la polizia tedesca stampava i manifesti dei ricercati a grandezza naturale. Newton prende in prestito quel formato e lo applica alle sue fotografie di donne nude: così, Big Nudes è il risultato di una magnifica crasi. Allo stesso modo, la posa assunta da Patti Hansen, moglie del chitarrista Keith Richards, nella foto scattata a Parigi nel 1977, prende spunto da una Madonna vista da Newton in una piazza di Poggibonsi; nel 1974 Andy Warhol viene fotografato nella stessa posa di una statua funeraria che aveva colpito l’attenzione del fotografo. Per Newton, tutto diventa fonte di ispirazione.

Monica Bellucci, Blumarine. Nice, 1993_Foto di Luca Zanon © Helmut Newton Foundation

Gioca con i codici e rimescola i generi, dalla pubblicità alla storia dell’arte. Penso, ad esempio, alla fotografia del 1981 Autoritratto con la moglie e le modelle, che sembra rimettere in scena la stessa dialettica individuata da Michel Foucault in Las Meninas di Diego Velázquez. La fotografia in questione, grazie a un abile gioco di specchi, confonde i punti di vista e le prospettive, mettendo in risalto chi è in scena, ma anche chi, come la moglie Alice Springs (pseudonimo di June Newton), si trova fuori dal set. La presenza di Alice è fortemente voluta e sottolinea il rapporto professionale e personale tra marito e moglie. E penso anche a Yellow Press, un libro che trae ispirazione da fotografie di scene del crimine e fatti di cronaca nera. Nella pubblicazione, Newton dichiara di avere una vera e propria ossessione nei confronti di questo genere fotografico, cifra distintiva di riviste popolari in Italia, in Francia e nel Regno Unito, quali «Cronaca Vera», «Paris Match» e «True Detective». L’autore ritaglia e conserva nei suoi diari le immagini che maggiormente lo colpiscono e, al momento opportuno, le utilizza come bozza per le sue produzioni.

Newton non è stato solo un fotografo di moda: è stato un visionario, un genio capace di leggere la società fin nelle sue pieghe più nascoste. Con la sua fotografia ha dato forma a desideri, fantasie e perversioni, senza per questo rimanere invischiato in una volgarità grossolana e fine a sé stessa.
Rivoluzione, altro che provocazione: oltre al nudo c’è di più.

Testo tratto dal volume di Denis Curti, Capire la fotografia contemporanea. Guida pratica all’arte del futuro, Marsilio Editori, 2020

 

SEDE ESPOSITIVA
Museo dell’Ara Pacis, ingresso alla mostra da Via di Ripetta 180, Roma
APERTURA
 al 
ORARI DI APERTURA
9,30-19,30 tutti i giorni
COSTO
13 euro; ridotto 11 euro
INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI
www.sovrintendenzaroma.it; www.museiincomuneroma.it; www.arapacis.it; www.zetema.it; www.mostrahelmutnewton.it; www.marsilioarte.it
ORGANIZZATORE
Marsilio Arte, Zètema Progetto Cultura